Home » Prevenire e curare l'ictus

Prevenire e curare l'ictus

DEFINIZIONI

Che cos’è un ictus?
Per ictus cerebrale (ictus cerebri) si intende l’esordio improvviso di un deficit neurologico, come la debolezza o il disturbo della sensibilità di una metà o di una parte del corpo, la difficoltà a parlare o a vedere una parte del campo visivo, in assenza di dolore delle parti interessate. La maggior parte degli ictus (circa l’85% dei casi) sono dovuti all’occlusione di un vaso cerebrale (ISCHEMIA) da parte di un piccolo frammento (embolo) originato dal cuore o dai grossi vasi come l’aorta o le carotidi, oppure dal danno prodotto dalla pressione arteriosa elevata o dal diabete sui piccoli vasi cerebrali. Nel restante 15% dei casi, l’ictus consiste nella rottura di un vaso cerebrale (EMORRAGIA) a causa di un aneurisma cerebrale o della fragilità dei piccoli vasi del cervello, dovuta ancora una volta prevalentemente all’effetto deleterio dell’ipertensione arteriosa di lunga durata su di essi. (SPREAD 2007)
 
Che cos’è un TIA?
TIA è l’acronimo dell’inglese “Transient Ischemic Attack”, ovvero attacco ischemico transitorio. Si riferisce a quei segni e sintomi sovrapponibili a quelli di un ictus, che però hanno una durata molto limitata nel tempo, per definizione inferiore cioè alle 24 ore, ma spesso non superiore a qualche minuto.
I TIA si manifestano in circa un terzo dei soggetti che in seguito presentano un ictus ischemico e sono pertanto da considerarsi uno dei più importanti fattori di rischio per l’ictus. Non sono quindi da considerarsi degli ictus “benigni” ma delle condizioni ad elevato rischio.

Cosa devo fare se temo di avere un ictus o un TIA?

L’ictus è attualmente considerato un’emergenza medica. Il motto “TIME IS BRAIN”, ovvero “IL TEMPO E’ CERVELLO”, sta a significare che ogni minuto perso dopo che un vaso cerebrale si è occluso determina perdita di cellule nervose. La possibilità di ricevere una terapia adeguata dipende dalla rapidità con cui si raggiunge l’osservazione di personale ospedaliero esperto ed autorizzato a trattare questo tipo di patologia. Se si tratta di un ictus ischemico, la terapia della fase acuta è basata sulla TROMBOLISI, ovvero la somministrazione di un farmaco per via endovenosa o -in casi selezionati- intra-arteriosa, in grado di sciogliere l’embolo che ha prodotto l’occlusione di un vaso. Questa terapia è autorizzata al momento attuale solo nei pazienti di età inferiore agli ottant’anni compiuti e nei quali la sintomatologia sia esordita meno di tre ore prima. In queste tre ore devono verificarsi una serie di circostanze, che sono: il riconoscimento dei sintomi da parte del paziente, la ricerca di aiuto medico, la diagnosi di ictus e l’inizio della terapia. Quindi, le cose da fare in meno di tre ore da quando si manifestano i segni e i sintomi dell’ictus sono veramente tante!
Innanzitutto, si è dimostrato che il RICONOSCIMENTO DEI SINTOMI dell’ictus da parte del paziente non è per niente semplice. Infatti nella maggior parte dei casi, i pazienti non capiscono cosa stia loro succedendo; spesso si tratta di persone anziane, che abitano da sole o che avevano problemi di salute anche prima. Inoltre, non essendo doloroso, come è invece l’infarto miocardico, il paziente non è motivato a cercare aiuto medico dal desiderio di far cessare il dolore e tende spesso ad aspettare che il disturbo regredisca spontaneamente.
La ricerca di aiuto medico è un altro punto cruciale del ritardo che può subire questa fase. Infatti, nel sospetto di ictus o TIA, è assolutamente consigliato chiamare direttamente il 118, senza passare attraverso intermediari (guardia medica, medico di base o amici, parenti, conoscenti medici). E’ dimostrato che chi chiama il 118, giunge prima in pronto soccorso di chi vi si reca con mezzi propri, ed una volta giunto, esegue prima tutti gli accertamenti per l’inquadramento diagnostico dell’ictus. Questi sono sostanzialmente:
·         la visita da parte del medico del pronto soccorso, che stabilizza il paziente e in caso di sospetto di ictus, richiede la visita specialistica di un neurologo
·         la visita dello specialista neurologo, che conferma il sospetto di ictus o TIA e quindi prescrive gli esami necessari alla diagnosi ti tipo di ictus ed eventualmente ad accertare la possibilità di sottoporre il paziente alla terapia specifica  
·         la TAC del cranio, che permette di diagnosticare il tipo di ictus cerebrale, ischemico o emorragico. Ove questo fosse emorragico, il paziente intraprende un percorso terapeutico specifico, che può prevedere una valutazione e un trattamento neurochirurgico.
·         Gli esami del sangue, per evidenziare condizioni che possono mimare un TIA o un ictus e verificare che non esistano controindicazioni alla terapia dell’ictus
·         Eventuali accertamenti che il neurologo ritenga indicati per la diagnosi di ictus e per verificare che non esistano controindicazioni alla terapia di fase acuta che intende attuare.
In Veneto il 118, nel caso di sospetto ictus, è in grado di attivare un particolare protocollo che indirizza il paziente non all’ospedale più vicino, ma all’ospedale più adeguato, ovvero a quello in grado di gestire la fase acuta dell’ictus. La trombolisi infatti è una procedura che NON è eseguibile in tutti gli ospedali del territorio; i centri autorizzati a praticarla sono indicati dalla Regione che fa divieto ai centri non autorizzati di praticarla. E’ pertanto necessario che i pazienti con sospetto ictus che rientrino nella finestra temporale delle 3 ore dall’esordio dei sintomi, siano indirizzati ai centri autorizzati, in modo da evitare la perdita di tempo rappresentata dal trasferimento da un ospedale non autorizzato alla trombolisi ad uno autorizzato. Inoltre un ictus che risulti essere emorragico va trattato in un ospedale in cui sia presente anche una neurochirurgia.
Nel caso in cui tutto ciò che è stato descritto sopra si riesca ad attuare entro 3 ore dall’esordio dei sintomi, che siano state escluse emorragie cerebrali e controindicazioni alla terapia in un paziente che abbia un’età adeguata e che ci si trovi in un centro autorizzato, è possibile prendere in considerazione il trattamento trombolitico. Non è sorprendente che solo una piccolissima percentuale di ictus se ne possano giovare! Per questo è fondamentale che la popolazione sia consapevole di che cos’è un ictus e di che cosa fare non appena abbia il sospetto di esserne vittima. 

 

PREVENZIONE DELL'ICTUS


 

La prevenzione è l'insieme di azioni finalizzate ad impedire o ridurre la probabilità che si verifichi un evento non desiderato; si parla di prevenzione primaria quando l'evento non si è mai verificato, di prevenzione secondaria quando l'evento si è già verificato una volta e si desidera prevenirne una recidiva.


 

Prevenzione primaria dell'ictus cerebrale

(linee guida SPREAD)


 

Per la prevenzione primaria dell'ictus, la prima cosa su cui si può intervenire sono le abitudini di vita sbagliate.


 

Dieta

Le abitudini alimentari possono influenzare diversi meccanismi che portano allo sviluppo di ictus, e, probabilmente, anche il decorso della malattia e il suo esito finale.

La comunità scientifica internazionale raccomanda l'aderenza al modello alimentare mediterraneo, basato su un elevato consumo di pane, frutta, verdura, legumi, cereali, olio di oliva; uno scarso utilizzo di grassi animali; un consumo di pesce più largo rispetto a quello della carne, e, tra la carne, quella bianca -pollo, tacchino, coniglio- piuttosto che quella rossa.


 

Abuso alcolico

L'abuso di alcool aumenta il rischio di ictus cerebrale.

Per l’ictus ischemico c’è un apparente effetto protettivo per coloro che consumano meno di 24 g di alcool al giorno (ossia 2 bicchieri di vino) e un significativo aumento del rischio per consumi superiori ai 60 grammi giornalieri (ossia 5 bicchieri di vino).

Per quanto riguarda invece l'ictus emorragico l'aumento del rischio è lineare e raggiunge i valori più elevati nei consumatori abituali di più di 60 g/die di alcool (ossia 5 bicchieri di vino).

Si raccomanda quindi di limitare il consumo di alcool a non più di 24 g/die (2 bicchieri di vino) negli uomini e non più di 12 g/die nelle donne (un bicchiere di vino).


 

Fumo di sigaretta

Il rischio di ictus cresce con il crescere del numero di sigarette fumate. Il rischio declina dopo la sospensione del fumo nell'arco di due-quattro anni. Prima si smette di fumare, maggiore è il guadagno, sino a divenire sovrapponibile dopo 10 anni a coloro che non hanno mai fumato. Il fumo passivo pare aumenti il rischio di eventi cardiovascolari (ad esempio infarto cardiaco), ma non il rischio di ictus.


 

Attività fisica

L'attività fisica di grado moderato ha un effetto favorevole sulla prevenzione dell'ictus sia ischemico che emorragico (effetto in parte legato alla riduzione degli altri fattori di rischio per l'ictus: ipertensione, diabete, obesità...). Maggiore è la frequenza dell'attività fisica, maggiore è l'effetto protettivo.

Si consiglia, quindi, lo svolgimento costante di un’attività fisica di moderata intensità e di tipo aerobico, ad esempio una camminata di 30 minuti a passo spedito (10-12 minuti per chilometro) preferibimente tutti i giorni.


 

Oltre alle abitudini di vita sbagliate che possono essere modificate, esistono delle malattie che aumentano il rischio di ictus: la loro individuazione e la loro cura permettono quindi di ridurre tale rischio.

Elenchiamo di seguito le malattie più frequenti che predispongono all'ictus.


 

Ipertensione arteriosa

L'incidenza di ictus è fortemente correlata ai valori di pressione arteriosa, sia diastolica (“pressione minima”), sia, soprattutto, sistolica (“pressione massima”), e, ancor di più, differenziale (ossia la differenza tra la pressione sistolica e la pressione diastolica). Valori inferiori di 5 o 10 mmHg per la diastolica e di 9 o 18 mm Hg per la sistolica comportano un rischio di ictus inferiore rispettivamente di un terzo o della metà. L'associazione fra pressione arteriosa e ictus è dipendente dall'età e persiste anche sopra gli 80 anni.


 

Malattie cardiache

Il 15-20% degli ictus ischemici ha origine cardioembolica: un coagulo di sangue parte dal cuore e raggiunge il cervello, occludendone un'arteria. L'ecocardiogramma (soprattutto quello transesofageo) è l'esame che consente di identificare potenziali condizioni ad elevato rischio, quali:

-masse che migrano/embolizzano (trombi, vegetazioni, neoplasie, frammenti di placche aterosclerotiche);

-anomale connessioni tra le camere cardiache che consentono un passaggio di emboli dalle sezioni destre al circolo sistemico – embolia paradossa (difetto del setto interatriale, pervietà del forame ovale ecc..)

-condizioni associate ad elevata propensione alla formazione di coaguli (trombi): fenomeno di ecocontrasto spontaneo, calcificazione dell'annulus mitralico.


 

Un discorso a parte merita la fibrillazione atriale (FA), un disturbo del ritmo cardiaco in cui le cellule dell'atrio si contraggono in maniera caotica e scoordinata, non potendo, quindi, dar luogo ad uno svuotamento efficace dell'atrio stesso nel ventricolo; di conseguenza, il sangue ristagna nell'atrio e tende a formare coaguli (trombi), i quali, a loro volta, possono passare nel circolo sanguigno (diventando quindi “emboli”) e fermarsi nei vasi più piccoli, occludendoli. Se il vaso è nel cervello, la conseguenza è l'ictus.

La FA è il disturbo del ritmo più frequente dopo le extrasistoli, e la sua frequenza aumenta con l'età (colpisce lo 0,4% della popolazione generale ma il 10% della popolazione ultra ottantenne!). Nella maggior parte dei casi è associata alla presenza di una malattia cardiaca, ma nel 5-20% dei casi (in genere nelle forme parossistiche, ossia in quelle forme in cui la fibrillazione atriale cessa e il cuore torna a battere con il suo ritmo normale), non è presente una malattia del cuore (in questi casi si parla di FA "isolata" o lone atrial fibrillation).

La FA, per i motivi sopra spiegati, è associata ad un rischio di ictus ischemico 5 volte maggiore rispetto alla popolazione generale. Il 20-25% dei pazienti con ictus ha una FA, spesso di recente insorgenza; inoltre, la FA è responsabile dell'85% degli ictus dovuti ad aritmie cardiache e di oltre il 50% delle forme di ictus legate a malattie del cuore in generale. Oltre il 50% degli ictus associati a fibrillazione atriale si manifesta in pazienti di età superiore a 75 anni.

Il rischio di ictus nella FA non è uniforme in tutte le condizioni, ma aumenta in presenza di altri fattori di rischio, quali insufficienza cardiaca, ipertensione, età elevata, diabete, pregresso ictus (per quantificare il rischio totale si fa riferimento al sistema “CHADS2”, che assegna un punteggio ad ogni fattore di rischio e permette di identificare in maniera accurata pazienti a basso, medio ed elevato rischio).


 

TIA: attacco ischemico transitorio

L'ictus ischemico è frequentemente preceduto da un attacco ischemico transitorio, ossia da un disturbo simile ad un ictus, ma che regredisce completamente in alcune ore. I pazienti che presentano un TIA hanno un rischio di ictus valutabile intorno al 4% per anno. Il rischio di ictus varia a seconda delle caratteristiche del TIA e dalla presenza di altri fattori di rischio: età, pressione arteriosa, diabete; anche in questo caso, per quantificare il rischio totale si fa riferimento ad un sistema che assegna un punteggio ad ogni fattore di rischio, e permette di identificare pazienti a basso, medio ed elevato rischio (sistema “ABCD2”).


 

Stenosi carotidea asintomatica

la presenza di placche aterosclerotiche sui vasi che portano il sangue al cervello aumenta il rischio di ictus; in particolare esiste una correlazione con l'entità del restringimento dell'arteria carotide causato da una placca aterosclerotica anche in soggetti asintomatici (rischio di circa 3% all'anno per una stenosi asintomatica del 70%). L'aumento dello spessore delle pareti delle carotidi (spessore intima-media) comporta un aumento del rischio di infarto miocardico e di ictus in anziani senza storia di malattia cardiovascolare.


 

Diabete mellito

Il diabete è presente nel 3%-5% della popolazione adulta. Il rischio di ictus è aumentato da 1,8 a 6 volte nei diabetici rispetto ai non diabetici. I dati disponibili non hanno evidenziato una riduzione significativa del rischio di ictus in seguito ad un controllo glicemico ottimale, cosa che, invece, si ottiene, negli stessi pazienti, attraverso lo stretto controllo della pressione arteriosa.



 

 

NOTIZIE PER I FAMILIARI CHE PORTANO A CASA UN PAZIENTE COLPITO DA ICTUS

 

 

PREMESSE

 

La riabilitazione può dare molti vantaggi al paziente colpito da ictus. Questo trattamento dovrebbe iniziare in ospedale prima possibile e continuare finché ci sono miglioramenti misurabili. 

 

Comunque è utile ricordare che il recupero dopo l’ictus è un processo di lungo periodo così come, di conseguenza, la sua riabilitazione. E’ un percorso faticoso sia per il malato sia per la famiglia o chi lo sostiene nonché per gli operatori sanitari coinvolti in questo processo.

 

Ogni ictus è diverso da tutti gli altri; ogni persona è diversa da tutte le altre. 

 

Ciò significa che nonostante la riabilitazione, il grado di recupero dipenderà dalla gravità dell’ictus: alcuni pazienti arriveranno ad una completa guarigione, mentre per altri l’obiettivo sarà quello di ottenere il miglior grado di qualità di vita possibile pur in presenza di un deficit residuo. Le informazioni sulla riabilitazione e il recupero possono essere discusse con il medico fisiatra.

 

 

IL RECUPERO DOPO UN ICTUS

 

Per comprendere in cosa consiste il recupero basato sul progetto riabilitativo è necessario partire da alcune premesse.

 

A seguito di un ictus, parte delle cellule nervose muoiono, mentre altre sono soltanto danneggiate (concetto della penombra ischemica). La disabilità che ne deriva, inoltre, dipende dall’area cerebrale colpita, dalla gravità del danno, dall’età e dallo stato di salute generale del singolo paziente. Le cellule danneggiate, ma non morte, spiegano il recupero “rapido” delle prime settimane dopo un ictus in una buona percentuale dei malati: quando lo stato infiammatorio dovuto all’evento acuto - cioè l’edema - gradualmente si risolve anche il paziente riesce a recuperare parte delle funzioni perdute.

 

Nella fase post-acuta, cioè nelle settimane e nei mesi successivi all’ictus, i miglioramenti sono molto più lenti e per ottenerli è necessario che il malato impari dei nuovi modi di fare le cose (compensi). 

 

La riabilitazione ha proprio il compito di favorire i miglioramenti nella fase post-acuta con l’obiettivo di restituire alla persona la massima indipendenza possibile, favorendo il miglioramento delle funzioni fisiche, mentali ed emozionali evitando di re-imparare ad eseguire dei compiti in modo scorretto.

 

Il recupero avviene rapidamente tra il primo e il terzo mese dopo l’ictus, ma può continuare anche nei mesi successivi specie per il linguaggio e la comunicazione. In questo modo il malato potrà recuperare le abilità necessarie per la vita quotidiana (camminare, lavarsi, vestirsi, andare in bagno, parlare, scrivere ecc.) e riprendere i rapporti con il lavoro, la famiglia e gli amici.

 

La riabilitazione inizia nei reparti per acuti come la Stroke Unit e la  Neurologia: la gravità del caso farà decidere se proseguire il progetto di recupero ambulatorialmente o presso reparti di riabilitazione o di lungodegenza riabilitativa.

 

In questo percorso è fondamentale la motivazione e la collaborazione del malato. Durante la riabilitazione il paziente deve essere stimolato a fare da solo tutto ciò che può (lavarsi, vestirsi, camminare, ecc.), per aiutare il recupero della forza muscolare, dell’autonomia, e anche dell’autostima. La famiglia e gli amici dovrebbero offrire il minimo aiuto indispensabile e incoraggiarlo a fare da solo. È anche molto importante mantenere i vecchi interessi o trovarne di nuovi ed accettare - ed aiutare ad accettare - il fatto che è possibile che il miglioramento ad un certo punto si fermi.

 

Da quanto detto si evince che la famiglia, le persone che sono più a contatto con il malato (il caregiver per dirla all’inglese), sono coinvolte fin dalle prime fasi di questo percorso terapeutico. Il sostegno emotivo e la completa accettazione sono fondamentali affinché la persona, nonostante la disabilità, trovi il coraggio per impegnarsi in riabilitazione. E’ importante incoraggiare il paziente a fare ciò che lui/lei è in grado fare.

 

Il progetto riabilitativo sostenuti dal personale sanitario in genere dura da qualche settimana a pochi mesi dopo l’ictus. La durata dipende dalla situazione clinica iniziale nonché dai risultati ottenuti: la fine di questo periodo non deve essere vissuto come un abbandono da parte del personale sanitario, ma come l’occasione di mettersi alla prova nell’ambiente familiare per raggiungere ulteriori obiettivi di autonomia personale. Come abbiamo già detto in precedenza, si ribadisce che ogni ictus è differente e non sempre è possibile “tornare come prima”. 

 

 

 

ICTUS: UNA MALATTIA COMPLESSA

 

Parlare di ictus non significa solo parlare di paralisi che, quando presente, è l’obiettivo principale del progetto riabilitativo  per permettere di recuperare il miglior livello possibile di qualità di vita. Oltre alla paralisi esistono numerosi altri disturbi che possono colpire i pazienti affetti da questa patologia. Ne esamineremo alcuni di seguito.

 

 

La disfagia, cioè la difficoltà a masticare e deglutire cibi solidi e liquidi.

 

Dipende da un’alterazione dei movimenti e della sensibilità della bocca e della gola: in questi casi il boccone “va di traverso”, perché il cibo, invece di scendere nell’esofago e nello stomaco, viene inalato nelle vie respiratorie e nei polmoni. In genere si manifesta improvvisamente con tosse, difficoltà respiratorie, voce alterata e gorgogliante. 

 

La tosse è un meccanismo di difesa per espellere un corpo estraneo dalle vie respiratorie, che, purtroppo, nei pazienti colpiti da ictus è spesso deficitario

pastedGraphic.pdf

 

Per tale motivo è importante tenere presente i seguenti suggerimenti per evitare l’inalazione di cibi:

  1. Mangiare sempre seduti comodamente, con il capo piegato verso il petto (questa posizione favorisce la discesa nello stomaco del cibo). Restare in posizione seduta per almeno 30 minuti dopo il pasto. 
  2. Evitare di parlare mentre si mangia, cercare di tossire volontariamente ogni 2-3 bocconi. 
  3. Concentrarsi sulla deglutizione, organizzando il boccone in bocca preferibilmente nella metà non colpita dalla paralisi ed aiutarsi con la lingua per iniziare la deglutizione. 
  4. Usare gli addensanti per i liquidi che vengono inalati facilmente. 
  5. Bere lontano dai pasti per non mescolare in bocca liquidi e cibi solidi (mescolandoli si aumenta il rischio di disfagia). A tale proposito si ricorda che la consistenza ideale del cibo è quella degli alimenti semisolidi, che mantengono intatto l’odore ed il sapore del cibo (ad es. purè, yogurt, frullati e omogeneizzati). Vietate le minestrine e i minestroni non frullati (l’insieme di liquido e solido favorisce la disfagia!). Quindi evitare anche cereali a colazione, pastine in brodo e simili
  6. Sostituire pillole e compresse con gocce e sospensioni (se possibile). Le compresse vanno triturate e mescolate con piccole quantità di cibo.
  7. Lavare bene i denti, la dentiera e la bocca dopo mangiato, per evitare infiammazioni e stimolare la sensibilità della bocca.

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: logoterapista/infermiere esperto in ictus.

 

 

 

L’afasia è un disturbo della comunicazione che impedisce di parlare, leggere e scrivere e che crea una barriera tra il malato e chi lo circonda come se si trovasse improvvisamente in un paese di cui non conosce la lingua.

 

Leggere, scrivere, conversare, telefonare, guardare la TV, chiamare per nome i propri familiari sono alcune delle azioni che all’improvviso diventano difficili o impossibili. 

 

 

Le persone afasiche possono:

  • avere difficoltà a comprendere ciò che dicono gli altri, 
  • avere difficoltà a comprendere l’intonazione della voce, la mimica facciale e i gesti 
  • avere difficoltà a leggere e scrivere

 

 

ma possono:

  • comprendere le parole degli altri,
  • non dire assolutamente nulla
  • dire“sì”quando intendono dire “no” e viceversa,
  • dire una parola al posto di un’altra,
  • non riuscire a dire una parola pur avendola sulla punta della lingua,
  • utilizzare una parola inventata, 
  • dire parole senza alcun significato

pastedGraphic_1.pdf

 

Per questi motivi dobbiamo tenere presente i seguenti suggerimenti da adottare con una persona afasica:

  • fare domande semplici alle quali potrà rispondere con “sì” o “no” (ad es. “hai freddo?”, “hai male?”, “hai fame?”)
  • parlare con frasi brevi e un interlocutore alla volta
  • lasciare il tempo di rispondere
  • non sollecitare le risposte, non completare le frasi al suo posto (a meno che non si abbia l‘impressione che lo richieda il paziente stesso)
  • dare risposte chiare, brevi e semplici se vuole sapere qualcosa
  • rassicurare sulla comprensione della comunicazione avvenuta
  • far parlare con calma ed incoraggiare la persona a parlare (favorisce il recupero!)
  • utilizzare anche i gesti, i disegni, gli oggetti....
  • non trattare l’afasico con condiscendenza e non alzare il tono di voce (...è afasico non sordo!)
  • se possibile evitare altre stimolazioni acustiche che possono essere distraenti (ad es. radio, TV ecc.)

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: logoterapista.

 

 

 

 

L’aprassia è la perdita della capacità di eseguire i gesti della vita quotidiana cioè è l’incapacità di eseguire un atto su richiesta o imitazione (ad es. Il malato non sa “far finta” di spegnere un fiammifero). Gli stessi gesti possono però comparire, non richiesti, in modo automatico (ad es. fa “ciao” con la mano quando ci allontaniamo, ma su richiesta non sembra in grado di poterlo fare). 

 

Il paziente aprassico, quindi, può avere molte difficoltà ad utilizzare oggetti comuni (come 

 

il pettine, il sapone, lo spazzolino, le posate...), o anche a vestirsi.

pastedGraphic_2.pdfpastedGraphic_3.pdf

 

E’ uno degli aspetti correlati all’ictus più difficili da recuperare; è necessario molto tempo e pazienza, in quanto bisogna spiegare e mostrare molte volte l’azione da eseguire passo per passo.

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: fisioterapista, logoterapista.

 

 

 

 

 

 

L’emiinattenzione è la perdita della capacità di cogliere quanto succede in tutta la porzione sinistra del corpo e dello spazio adiacente. 

 

La persona eminattenta “trascura” - come se la dimenticasse - la metà sinistra del proprio corpo, non ruota il capo e non guarda a sinistra, non si accorge della presenza di oggetti o delle cose che accadono alla propria sinistra; se concomita un deficit motorio il paziente può tendere a cadere verso sinistra senza che ne abbia la consapevolezza. In casi particolari può arrivare a mangiare solo nella metà destra del piatto, a vestirsi, pettinarsi, radersi solo a destra, a leggere solo la porzione destra di una pagina stampata. Spesso urta contro le porte o altri tipi di ostacoli con la parte sinistra del proprio corpo arrivando anche a negare la presenza di cose o avvenimenti a sinistra. 

 

pastedGraphic_4.pdfpastedGraphic_5.pdfAnche questo è un disturbo che richiede molto tempo e pazienza per raggiungere un grado sufficiente di recupero.

 

Bisogna evitare di porsi alla destra di questi malati, anzi è necessario mettersi e parlare sempre dal lato sinistro rispetto al paziente in modo tale da costringerlo ad esplorare la metà sinistra del corpo e dello spazio.

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: logoterapista, fisioterapista.

 

 

La depressione è una condizione frequente nei malati affetti da ictus. La perdita di alcune capacità, la consapevolezza della malattia associata alla consapevolezza che la propria condizione ha delle ripercussioni anche sui familiari e sulla vita sociale giustifica il suo instaurarsi.  La depressione viene individuata quando il paziente presenta uno scarso spirito di iniziativa, scarsa capacità ad impegnarsi nelle attività personali e sociali, scarsa autostima, persistente senso di autocritica e svalutazione e desiderio di isolamento. Quando questi sintomi sono presenti, si rischia di entrare in un circolo vizioso in cui la depressione aumenta l’isolamento e la disperazione, e questi, a loro volta, aumentano la depressione. Quando tale condizione tende a cronicizzarsi oppure influisce negativamente sulla motivazione del paziente ad essere partecipe al progetto riabilitativo, è necessario affrontare il disturbo con un medico e con l’ausilio dei farmaci.

 

Affrontare tempestivamente questa condizione permette, inoltre, di ridurre la possibilità che questa comorbilità logori i rapporti familiari o con il care-giver.

pastedGraphic_6.pdf

 

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: medico che segue il paziente, psichiatra, psicologo/neuropsicologo.

 

 

L’emianopsia è la perdita della capacità di vedere la metà destra o sinistra del campo visivo. Talora il paziente non è cosciente del problema. Può essere un disturbo che, se isolato, è meno invalidante di altri sintomi dell’ictus - ad esempio la paralisi di una metà del corpo - tuttavia può influire sulla qualità di vita del paziente poiché è una controindicazione alla guida delle autovetture. Anche la lettura o la visione della televisione può essere problematica e spesso questi malati tendono a prendere posture particolari, un po’ girate di fianco o con il capo ruotato, per cercare di ovviare al problema.

pastedGraphic_7.pdf

 

La riabilitazione di questo disturbo è possibile tramite tecniche compensative - ossia l’uso di lenti speciali (chiamate prismi) per   costringere il malato ad esplorare anche la porzione del campo visivo divenuta cieca - oppure tramite tecniche restitutive (con l’utilizzo di un computer si cerca di ricreare delle connessioni intracerebrali che permettano un miglioramento del sintomo).

pastedGraphic_8.pdf

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: oculista, neuropsicologo, fisioterapista.

 

 

Le crisi epilettiche possono essere una complicanza dell’ictus anche a distanza di tempo dall’evento. Esistono diversi tipi di crisi epilettica: le “clonie” cioè delle scosse in genere a carico degli arti, le sospensioni dello stato di coscienza (impropriamente definiti “assenza”), sintomi sensitivi che possono essere descritti ad esempio come formicolio e che possono avere un andamento a marcia (cioè prima la mano poi l’avambraccio poi il braccio ecc.). La marcia della crisi può essere una caratteristica anche delle clonie. Queste tipologie di crisi, di per sé limitate ad una porzione dell’encefalo e quindi del corpo, possono complicarsi a loro volta con la cosiddetta fase generalizzata: in questo caso il malato perde conoscenza, può presentare difficoltà respiratorie, cianosi alla bocca, irrigidimento di tutto il corpo, perdita di urine, morsicatura della lingua e convulsioni.

 

In tutti questi casi, specie la prima volta ed in caso di perdita di coscienza e di convulsioni, è opportuno chiamare il 118 e far condurre la persona in Pronto Soccorso per una valutazione urgente.

 

pastedGraphic_9.pdf

 

Nel frattempo se possibile bisogna:

  • prevenire la caduta a terra
  • se la persona è già a terra, porre sotto il capo qualcosa di morbido, in modo che le eventuali convulsioni non provochino un ulteriore traumatismo
  • al termine della crisi (che in genere dura circa un minuto), liberare il collo - slacciando ad esempio i bottoni della camicia - e ruotare la testa da un alto per favorire l’emissione della saliva, evitare il soffocamento e permettere una respirazione normale
  • allontanare le persone non necessarie all’assistenza del malato perché la confusione non lo aiuta a riprendersi
  • NON cercare di aprire la bocca durante la crisi!! (Involontariamente potrebbe mordervi le dita fino all’osso...)
  • NON inserire in bocca alcun oggetto!! Rischiereste di fare un danno al malato quale sublussazione della mandibola, rottura di denti o protesi dentarie e dolori muscolari intensi alla fine della crisi
  • NON bloccate le braccia e/o le gambe! Per quanto drammatica, una crisi convulsiva in genere finisce nel giro di un minuto ed è sufficiente controllare l’ambiente circostante per evitare che si provochi delle ferite o dei traumi sbattendo contro qualcosa.

 

Figura professionale di riferimento in caso di dubbi: neurologo, medico curante.


Omega 3 Cardio

Omega 3 Cardio - ALICE-VENETO

SER

SER - ALICE-VENETO

5 x 1000 per l'ictus Codice Fiscale: 95106220247

Riconoscere i sintomi

Riconoscere i sintomi - ALICE-VENETO

Attiva i sottotitoli in italiano!

Ladies Circle Vicenza sostiene ALICe Veneto

Ladies Circle Vicenza sostiene ALICe Veneto - ALICE-VENETO

A.I.T.A.

A.I.T.A. - ALICE-VENETO

European Stroke Organization

European Stroke Organization - ALICE-VENETO

Quote e Donazioni

IBAN IT49T0572811810010570744830 SOCIO ORDINARIO 20,00€ SOCIO SOSTENITORE 50,00€ SOCIO BENEMERITO: Donazione libera